La morte come castigo e fine - Incontrare Dio

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Il mistero della morte
La morte come castigo e fine
L’abbondanza di Dio
In principio Dio creò un giardino in Eden e plasmò l’uomo perché potesse regnare, stabilendo anche la sua durata e quella delle realtà a lui affidate. Donò un tempo smisurato, basti pensare all’immensità dell’universo[1], ma non solo[2].
Creazione
La mirabile grandezza del creato, ci dà l’idea della durata del tempo che avremmo potuto trascorrere in vita, prima che Adamo ed Eva commettessero il peccato e meritassero il castigo di Dio con l’allontanamento dal paradiso terrestre e la cancellazione del tempo originario.
Da quel momento in poi tutta l’esistenza dell’uomo sarà caratterizzata dalla fatica e da molte sofferenze e sarà soggetta alla paura della morte fisica, che gli sembrerà come un tragico salto nel buio.
Quando l’uomo prende coscienza della privazione e separazione dalla Grazia, può decidere di servire e amare Dio, accettando volontariamente la morte quando si presenterà, certo che «se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo» (Cfr 2Tm)
Il peccato originale e il tempo
Prima del peccato, il tempo non diminuiva con il passare dei giorni, la vita non s’impoveriva più di tanto, bensì l’esperienza si arricchiva di un giorno e il futuro restava uno spazio aperto.
Dopo la caduta, l’uomo riconosce che deve convivere con la finitezza propria e quella delle realtà create, questa realtà contrasta con il desiderio originario di vivere per sempre, presente nel suo cuore!
Egli è orientato verso la morte che avverrà quando meno se lo aspetterà, nell’ora che Dio ha scelto per lui, anche se l’uomo vive come se non dovesse avvenire mai.
Scala
Per questo l’eutanasia non è solo un peccato, ma un orientamento diabolico.
Dopo il primo peccato, la morte è diventata intrinsecamente necessaria. Se Dio non l’avesse predisposta, ogni volta che l’uomo peccava, poteva pensare di poter riparare  attraverso un’autopunizione e così salvarsi da solo.
Dio, invece, assoggettando un limite al tempo, ha mostrato all’uomo la sua creaturalità e che, da sé stesso, non può riparare.  Prima del peccato il tempo faceva parte del «possesso» dell’uomo, egli lo condivideva con Dio e lo trascorreva assieme a lui. Ora, ogni realtà porta il segno della provvisorietà, della morte, conseguenza della colpa originaria, almeno per chi crede.
La morte è fine
Proprio perché la morte è fine, è anche un mistero. Essa è fine in senso assoluto, rottura totale con ciò che abbiamo fatto e costruito. Ne facciamo esperienza osservando la morte dei nostri simili, la loro sepoltura e lacerazione di ogni dialogo, intese, amori… che si pensava non finissero mai.
È la rottura di ogni contatto umano che nessun amore o ricordo riesce a riportare in vita. Se riflettiamo, comprendiamo che gli effetti della morte non toccano solo il corpo, ma anche ogni nostra dimensione e progetto. D’altra parte, ogni realtà terrena (fiori, animali, stagioni…) ci ricorda che anche noi un giorno avremo fine.
Di là della morte, c’è solo Dio ed è mistero su ciò che egli realizza con le anime, sia per i salvati sia per i dannati. Non esiste reversibilità di tempo, né deroghe ai decreti di Dio.
La sola risposta che noi conosciamo è che la morte è un castigo che colpisce tutti, buoni e cattivi, e  perciò incomprensibile. Nella morte c’è qualche cosa di definitivo, Non si può fare la somma dei morti e compensarla con un numero uguale di nascite, solo la sociologia fa questo.
I segni di vita, unica e singolare di ogni uomo, spargeranno nell’umanità dei segni di morte che non potranno per nulla essere cancellati, perché il castigo non è la stessa cosa dell’espiazione.
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[1] I risultati di un nuovo studio, in prossima uscita sul The Astrophysical journal, grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Hubble, gli ammassi di stelle sono circa 2000 miliardi; nella nostra galassia di sono circa 8,8 miliardi di pianeti abitabili, lascio a voi il calcolo totale.
 [1] Tra le 16 e le 20 settimane di gravidanza, le ovaie di un feto di sesso femminile contengono 6-7 milioni di oociti. La maggior parte di essi sono eliminati e, al momento della nascita, ne riman­gono circa 1-2 milioni e al tempo della pubertà, sono solo presenti 300.000 oociti circa).
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Responsabile don Fabrizio Maniezzo

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